Salute e ambiente: Chi perde il lavoro oggi rischia di perdere se stesso?

Sul come l’ambiente possa influenzare la salute delle persone la letteratura è ampia sia in ambito medico che in ambito psicologico. Il concetto di “salute mentale” non ha una definizione univoca: non è semplice assenza di malattia e come la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce è    “..uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale.…” ma è anche “capacità dell’individuo di sfruttare le proprie capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno” (dizionario Merriam-Webster )

Il tema ambiente e salute è dunque evidentemente un tema vastissimo e complesso, difficilmente inquadrabile in una prospettiva univoca che possa rendere conto della complessità dei fenomeni.

Possiamo però optare per alcuni rilievi, che appaiono particolarmente importanti e possono fornire alcune linee di riferimento, focalizzando l’attenzione sulla questione “lavoro”.

Seguendo le analisi sociologiche di Negri e Castel[1], è possibile mettere al centro della nostra premessa il concetto di vulnerabilità, e come questo sia in stretta relazione con il paradigma fondamentale dei sistemi di assistenza e di cura: il rapporto inclusione/esclusione.

Il” lavoro” è un elemento importantissimo nella vita di un essere umano sia per i risvolti socio-economici sia per l’interazione con i processi di individuazione e sviluppo.

Il lavoro è uno spazio fisico, è uno spazio mentale, è uno spazio sociale,… è nella vita di una persona adulta, insieme alla famiglia, il contesto organizzativo in cui  l’essere umano può esprimere e misurare se stesso.

Storicamente, sono stati agganciati al lavoro, meccanismi di protezione sociale della persona, in termini di diritti e possibilità; il lavoro, grazie ad una serie di garanzie (contratti, mutua, pensione, ecc.) costituiva la possibilità di accesso ad una condizione progettuale della persona, esimendo gli individui dalla pura vita di sussistenza che caratterizzava le masse non abbienti fino all’inizio del secolo scorso.

Anche i diversi tipi di intervento sanitario e socio-assistenziale andavano nella direzione di includere fasce di popolazione marginali attraverso il lavoro: si pensi agli interventi a favore di persone con disagio psichiatrico, tossicodipendenza, disabilità, minori cosiddetti “a rischio”. La possibilità di inclusione e di benessere passava necessariamente attraverso l’adesione ad un progetto terapeutico, riabilitativo, pedagogico, che contemplava – come elemento centrale –  l’accesso ad un  lavoro, grazie al quale la persona poteva godere di pieni diritti di cittadinanza.

Dagli anni ’90, e oggi con un ritmo sempre più frenetico, assistiamo a processi di precarizzazione, di destabilizzazione, di disgregazione riguardanti il mondo del lavoro, con un apice negativo in questo ultimo triennio. E tali processi non sembrano più riguardare una fascia marginale di persone, ma investono in misura sempre maggiore quote di popolazione che fino ad oggi era “normalmente inclusa”. Da qui l’espandersi della condizione di vulnerabilità, e quindi di malessere, come testimoniano sempre più frequentemente gli episodi drammatici di cronaca quotidiana. Da qui uno strutturale cambiamento del paradigma inclusione/esclusione riguardante le persone e la condizione esistenziale, che scivola via via in uno stato di vulnerabilità all’insegna della sopravvivenza.

I confini della vulnerabilità sono confini aperti: fasce di popolazione sempre più ampie sono colpite 

da un disagio psicologico alcune volte “straordinario” ma più spesso “ordinario”, che non si traduce immediatamente né in esclusione né in povertà, ma che espone ad una fragilità di fondo

Se pensiamo all’ingente filone di indagini e teorie che esplorano il rapporto individuo-organizzazione, ci accorgiamo di quanto sia fondante per l’esperienza umana il legame con i gruppi di appartenenza, ad iniziare dalla famiglia per giungere ai gruppi secondari, quelli di lavoro.

Per quanto riguarda l’identità personale, infatti, già negli anni ’60 Bleger[2] scriveva: “il gruppo e l’organizzazione sono la personalità dei loro membri”; e ancora “l’istituzione fa parte dell’organizzazione soggettiva della personalità”.

La salute economica, sociale e psicologica sono estremamente collegate: la perdita del potere d’acquisto genera perdita di posizione sociale e di identità, genera trascuratezza rispetto alle  cure e alla salute, e così le situazioni di “crisi” personali, quando non esplodono, rischiano di cronicizzarsi. Le difficoltà vengono all’inizio sentite o fatte sentire dall’esterno come transitorie, mentre poco per volta si instaurano piccoli circoli viziosi fatti di negazione, illusione, frustrazione, aspettative magiche, soluzioni transitorie.

L’identità così strettamente connessa al sistema produttivo collassa se collassa la possibilità di produrre in modo attivo.

Da un altro punto di vista, maggiormente centrato sull’individuo, notiamo che la “capacità di lavorare” è tutt’ora impiegata per definire, anche in senso psicodiagnostico, lo stato di salute di una persona.René Kaës[3]  definisce “la sofferenza patologica come l’impedimento permanente di amare, lavorare, giocare” riprendendo una tradizione che parte da Freud passando per Bion con gli studi sui gruppi.

Alcuni sintomi come l’ansia, la depressione, le malattie psicosomatiche non vengono neanche riconosciute come sintomi di malessere o segni prodromici, perché nel vortice del “fare” “del dover esserci a tutti i costi” e “ del produrre”…. si considerano “ ordinarie / normali” sintomi da stress.

Perdere il lavoro può generare altre perdite : le fragilità oscurate possono esplodere in un disagio forte, in una “sofferenza psicologica” vera.

La precarizzazione e la perdita del lavoro, ma anche la parallela disarticolazione del rapporto con le organizzazioni e comunità di appartenenza diventano causa di malessere, in un’epoca di legami deboli e appartenenze rarefatte.

La comunità sociale, la sanità pubblica e quella privata, …. sono chiamati ad interrogarsi e dare risposte.

Come prendersi cura della Salute Mentale pubblica in un momento di crisi? Come tentare di salvaguardare l’individuo oltre che il lavoratore e prevenire i break down psicologici?

 Forse pensando ed osando interventi creativi: spazi di ascolto ed elaborazione,setting psicoterapeutici innovativi, capillarizzare gli interventi di sostegno psicologico nei luoghi “prossimi” agli individui, rendere le cure più accessibili in termini fisici ma anche economici.

In un’ottica sistemica, non si può pensare di curare individui senza curare l’ambiente, altrimenti si rischia di perpetuare circoli patologici, che rigenerano malessere.

D.ssa D. Ortisi

Dott. M. Grenci


[1] N. Negri – La vulnerabilità sociale, in Animazione Sociale agosto/settembre 2006

[2] J. Bleger – Psicoigiene e Psicologia Istituzionale

[3] R. Kaes e al. –  L’istituzione e le Istituzioni, Borla 1996